di Luca Gibello

Chiariamolo subito: commemorare non significa celebrare; da celebrare – o tanto meno festeggiare – non c’è proprio nulla. C’è invece grande bisogno di rammemorare, di ricordare, affinché non si ripetano orrori ed errori della nostra storia recente, di quel «secolo breve» che lo storico Eric Hobsbawn ha voluto far iniziare proprio con il 1914. Ecco allora un paio di vicende – la prima in forma di prologo e la seconda di epilogo – scaturite da piccoli fatti di cronaca recente, che possono forse suscitare qualche riflessione  e darci speranza di futuri meno tetri. Entrambe, più o meno direttamente, hanno a che fare con i rifugi, i quali giocano un ruolo di primo piano durante le ostilità sul fronte alpino orientale. Infatti, vengono spesso utilizzati sia dai reparti italiani che da quelli austro-ungarici come basi logistiche, avamposti estremi, sedi di comando. Altre strutture saranno costruite contestualmente alla guerra dalle stesse truppe e spesso, alla fine del conflitto sulle loro fondazioni, ceneri, ruderi o muri i sodalizi alpinistici (la SAT su tutti) adatteranno nuovi ricoveri per i bergvagabunden.

 

Prologo: dal rifugio baluardo della Patria alla casa della riconciliazione

Il 28 giugno 1914 – lo stesso giorno dell’attentato di Sarajevo all’erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando e a sua moglie! – la Corte suprema di giustizia di Vienna stabilisce, con una sentenza ineccepibile quanto inattesa, che la proprietà del rifugio Tommaso Pedrotti alla Bocca di Brenta (2491 m) deve essere ceduta alla SAT. Si chiude così una spinosa vicenda giudiziaria (legata a questioni di proprietà pubblica dei suoli e alle relative competenze autorizzative della costruzione) che vede la SAT, irredentista, contrapposta ai pangermanisti membri del Deutscher und Österreichischer Alpenverein (DÖAV) di Brema che appena nel 1911 avevano eretto il rifugio (all’epoca chiamato appunto Bremer Hütte) a pochi passi – ma più in alto – dello storico rifugio Tosa (2439 m), il primo della SAT, risalente al 1881: un’umiliazione per gli alpinisti tridentini, che vedono le «loro» Dolomiti di Brenta «violate» dal più moderno, grande e possente rifugio costruito dagli alpinisti «stranieri» nel Trentino irredento. Così il 30 giugno 1914 i legali del sodalizio tedesco salgono nel nuovo rifugio e ne consegnano le chiavi al presidente della SAT.

 

Il 29 giugno scorso, un’analoga cerimonia ma di segno opposto: il presidente della SAT Claudio Bassetti ha simbolicamente restituito la chiave del rifugio Pedrotti al vicepresidente dell’Alpenverein di Brema, scoprendo una targa che recita: «A cento anni dai tragici giorni che portarono alla Grande Guerra, la SAT e la Sezione di Brema del DAV – proprietaria del rifugio fino al 30 giugno 1914 – desiderano dare a questo luogo il valore di monumento alla pace e all’amicizia tra i popoli». Ero presente alla consegna perché invitato come relatore il giorno precedente nell’ambito del corso organizzato da SAT e Accademia della Montagna del Trentino dal titolo «Incontri in rifugio», tenutosi proprio al Pedrotti. La cerimonia è stata semplice ma sentita: per i pochi presenti, una commozione vera.

 

Epilogo: dal cantiere militare a quello archeologico

Il 6 luglio, con il Requiem di Giuseppe Verdi rappresentato al sacrario militare di Redipuglia da un coro e orchestra di oltre 300 componenti diretti dal maestro Riccardo Muti, si sono ufficialmente aperte le commemorazioni legate al centenario della Grande Guerra che proseguiranno fino al 2018.

Degli oltre 1.000 km che dal 1915 definiscono il fronte [prima del fascismo declinato al femminile: «la» fronte; n.d.a.] tra Italia e Impero austro-ungarico, da Livigno a Monfalcone, molti insistono in ambiente montano e, dalle Alpi Giulie verso ovest, si collocano spesso oltre i 1500 m di quota per superare, nei gruppi Adamello-Presanella e Ortles-Cevedale, i 3000 m. Anche il rifugio Mantova al Monte Viòz, in alta Valle di Pejo (Trento), sorge per volontà della sezione DÖAV di Halle nel 1911 (Viòz Hütte, 3535 m) e durante il conflitto ospita uno dei comandi militari asburgici del settore Ortles-Cevedale. A poche centinaia di metri di distanza, appena sotto Punta Linke (3629 m), i soldati imperiali costruiscono la stazione d’arrivo del doppio impianto teleferico che collegava i reparti avanzati col fondovalle di Pejo e col “Coston delle barache brusade” verso la vetta del Palon de la Mare, con tanto di tunnel, scavato in parte nel permafrost e in parte nella roccia, che permetteva di operare in sicurezza nell’ultimo tratto della teleferica. Il sito è il più alto della catena alpina ad ospitare un apprestamento militare: un cantiere non meno estremo di quelli che caratterizzano la costruzione dei rifugi da parte dei pionieri dell’alpinismo. Permanentemente presidiato dai soldati durante tutto l’anno, è la più drammatica materializzazione dello scenario in cui si svolge la cosiddetta «guerra bianca», quella cioè combattuta in alta quota, dove il primo nemico da sconfiggere sono le condizioni climatiche. Tra le numerose iniziative legate a rievocazioni, musealizzazioni e recuperidal 12 luglio il sito di Punta Linke è visitabile grazie al lavoro, a partire dal 2009, dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali di Trento, in collaborazione con il Museo “Peio 1914-1918. La Guerra sulla porta”. A seguito di indagini di carattere archeologico, sono stati messi in valore e restaurati i manufatti (all’interno della stazione della teleferica è stato riposizionato il motore diesel di fabbricazione tedesca) e vari reperti in parte intrappolati tra le nevi del ghiacciaio dei Forni, il cui ritiro li aveva esposti ai saccheggi. Oltre agli archeologi, nell’iniziativa sono state coinvolte le guide alpine del Trentino (per la sicurezza del cantiere) e un’equipe di glaciologi delle Università di Pisa, Roma, Milano-Bicocca e Padova, da anni impegnati in area alpina ma anche nell’ambito del Programma nazionale di ricerche in Antartide. A documentazione delle attività svolte dal 2009 al 2013 è stato realizzato il film «Punta Linke. La memoria», diretto dal regista Paolo Chiodarelli e prodotto dalla Provincia autonoma di Trento e dalla SAP (Società archeologica di Mantova), presentato alla 62° edizione del Trento Film Festival, svoltasi dal 24 aprile al 7 maggio.