Concluso il concorso internazionale bandito dal CAI Auronzo che ha visto la partecipazione di ben 273 progetti. Alcune considerazioni “dall’interno” e il video del concorso

di Luca Gibello

Dichiaro subito la mia posizione di persona “coinvolta nei fatti”, in qualità di membro della giuria. Intanto, va detto che è stata un’esperienza splendida a 360°: dal confronto con i colleghi all’accoglienza del CAI Auronzo (banditore del concorso insieme alla Fondazione Architettura Belluno Dolomiti e col supporto di Aku Italia srl, del BiM Comuni del Piave e del Comune di Auronzo di Cadore). Poi va aggiunto che 273 partecipanti non dimostrano solo un grande amore per la montagna e interesse per il tema, ma anche una crisi del mondo professionale che, a corto di occasioni lavorative, si “butta” su quei pochissimi concorsi che ancora si bandiscono in Italia. Ma questo è un discorso che esula dal merito delle proposte.
Già, le proposte. Davvero assai diverse tra loro, a dispetto dell’idea che un tema così specifico e vincolante (a livello spaziale come economico) possa essere sviluppato secondo un ampissimo ventaglio di soluzioni. Dunque, il concorso è stata un’ottima “palestra di sperimentazione” di linguaggi, configurazioni spaziali, sistemi costruttivi e tecnologici, considerazioni sul paesaggio. Ragionando per “famiglie tipologiche”, le proposte potevano così raggrupparsi: sfere e poliedri; torri; prismi più o meno regolari o sbozzati; volumi minimi; archetipi di case e capanne; soluzioni modulari; macchine per abitare e rivisitazioni del modello Apollonio. La graduatoria finale e l’elenco delle menzioni ha cercato di tener conto di tale varietà. Ecco perché i primi tre progetti classificati risultano così diversi tra loro.
Tuttavia, a livello generale, emergono due grandi approcci progettuali rispetto ai quali si potevano ricondurre quasi tutte le proposte. Da un lato, si attestano coloro che hanno lavorato sulla specificità del sito e dunque sull’unicità del contesto, alla ricerca della massima integrazione ambientale. Dall’altra, coloro che hanno lavorato sull’astrazione dagli specifici dati dell’intorno; ovvero sulla messa a punto di una soluzione standardizzabile, “universale”. D’altronde, su questo secondo filone si colloca la storia dei bivacchi, replicati ovunque sulla base di un modello addirittura brevettato (prima il “tipo Ravelli”, a 4 posti letto in circa 4 metri quadri; poi il “tipo Apollonio”, a 8/9 posti in circa 6 metri quadri). Pezzo unico vs riproduzione “in serie”.
Poi, vi è una seconda distinzione che rimanda alla personalità dei progettisti e, con tutti i rischi insiti nelle semplificazioni (e non senza eccezioni), ci fa dire che sul secondo fronte, quello della standardizzazione, si sono attestati quelli con l’indole da alpinisti “duri e puri” e/o i teorici del bivacco come cellula minima di sopravvivenza, quintessenza del riparo che enfatizza l’aspetto di protezione rispetto a un esterno ostile. Sul fronte del dialogo col contesto che produce un esito non ripetibile si collocano invece coloro che, da una prospettiva più… “turistico-metropolitana” (mi si passi il termine), concepiscono il manufatto come un objet à réaction poétique, enfatizzandone l’aspetto contemplativo e dunque, in ultima analisi, spettacolare: di qui le forme accattivanti, i volumi plasticamente connotati e i tagli generosi e/o paesaggisticamente mirati delle aperture.
Il progetto vincitore, di studio DEMOGO (nelle immagini in alto), seppur strizzando l’occhio più alla mondanità che alla montagnité, tiene insieme i due poli: nel presentarsi come volume serialmente riproducibile ma anche strettamente legato al sito d’impianto; anzi, addirittura, configurando l’organizzazione dello spazio interno in funzione della pendenza: un elegante “container-cannocchiale” che si adatta al piano inclinato.
Infine, una riflessione rivolta al CAI centrale e alla sua Commissione nazionale rifugi (che è in fase di ridefinizione). Se è comprensibile che il CAI Auronzo abbia intrapreso la strada del concorso per cavarne un progetto riconoscibile e connotato, vista tuttavia la “tenuta” negli anni del modello Apollonio e vista la fortuna che esso gode ancora (come in alcune proposte che proponevano di “aggiornarlo”), varrebbe forse la spesa mettersi a tavolino e, partendo da quanto di meglio c’è in circolazione sul piano “seriale” (i moduli del bivacco Gervasutti, giusto per fare un nome a caso), lavorarci per perfezionarlo, industrializzarlo e avere così a disposizione non “un” ma “il” nuovo bivacco standard per il futuro prossimo, ordinabile “a catalogo”; così come lo è stato l’Apollonio nella seconda metà del Novecento.
Tornando al fratelli Fanton, l’auspicio è che il CAI Auronzo riesca a tradurre in realtà il suo sogno, anche di fronte a un quasi inevitabile sforamento del risicato budget previsto, fissato dal bando in circa 45.000 euro. Per quanto è nella sue facoltà e possibilità, Cantieri d’alta quota è pronta a impegnarsi perché l’iniziativa non resti sulla carta e non si concluda con la premiazione dei vincitori, qualche mostra e poi un mucchio di tavole (costate un’ingente mole di lavoro a una nutrita schiera di professionisti) che ammuffiscono in un sottoscala.

Guarda il video sul concorso, prodotto da Aku