di Zhiqiang Chen, Riccardo De Cani e Michele Zanon*

 

Il Rifugio Ponte di Ghiaccio, nel territorio di Selva dei Molini-Lappago presso Campo Tures in Val Pusteria (Alto Adige), è una bellissima meta situata a 2545 metri d’altezza nelle Alpi Aurine/Alpi Pusteresi nonché un piacevole punto di ritrovo durante escursioni, camminate e trekking nei selvaggi Monti di Fundres. Costruito nel 1906, il vecchio rifugio (chiamato anche Edelrauthütte o Eisbruggjochhütte) resistette per oltre 100 anni senza subire modifiche sostanziali: legno e pietra, tipici tetti di scandole, romantiche vestigia di un glorioso secolo che fu.

La struttura, in pessimo stato di conservazione, richiedeva un massiccio intervento di riqualificazione. Dato che la stessa condizione riguardava anche i rifugi Pio XI (o Weisskugelhütte) a Curon Venosta (2544 m) e Vittorio Veneto al Sasso Nero (o Schwarzensteinhütte) in Valle Aurina (2923 m), nel 2011 la Provincia Autonoma di Bolzano valutò la possibilità di demolizione e ricostruzione bandendo un triplice concorso di progettazione a inviti, riservato a noti progettisti altoatesini, che suscitò ampi dibattiti sul ruolo dell’architettura contemporanea in alta quota tra innovatori e nostalgici conservatori. Per il Ponte di Ghiaccio risultò vincitore lo studio Modus Architects (Matteo Scagnol e Sandy Attia, con base a Bressanone), con un progetto capace di coniugare tradizione costruttiva e tecniche più avanzate, caratteri tipici del passato ed estetica contemporanea, riuscendo così a dar vita a un’architettura che funge da landmark visivo e da omaggio al contesto nel quale viene inserita. L’intento dei progettisti era quello di sfruttare le condizioni climatiche del posto, con il fine di costruire un edificio possibilmente autosufficiente. Così, nel giugno 2016, si è concluso il cantiere aperto nel luglio 2015, mentre nel caso degli altri due rifugi (i cui progetti vincitori sono meno convincenti), l’iter realizzativo è ancora fermo alla predisposizione delle pratiche per bandire le gare d’appalto lavori.

Il nuovo edificio presenta una pianta ad “L” che, in fase di costruzione, ha permesso di mantenere in funzione il vecchio rifugio. Si tratta di una forma compatta, composta da due ali che proteggono dai venti uno spazio aperto, una sorta di piazza nella quale vi è una traccia visibile delle fondazioni in pietra dell’antico rifugio, in memoria di esso. Il tetto inclinato ad un’unica falda, il rivestimento in legno delle facciate e le numerose aperture verso il paesaggio sono gli elementi caratterizzanti la tradizione locale, riorganizzati e contestualizzati nell’architettura contemporanea. Attenendosi ai principi della sostenibilità ed autosufficienza energetica, la parete a nord è priva di aperture mentre le facciate restanti presentano ampie e luminose vetrate dalle quali ammirare il paesaggio. Al piano terreno si trovano gli spazi comuni e una luminosa e suggestiva sala ristoro a doppia altezza, mentre nei due piani superiori vi sono i dormitori con le cuccette. La copertura, orientata verso sud, ospita un sistema fotovoltaico.

*studenti dell’Università di Trento

 

3 domande al progettista Matteo Scagnol

Matteo Scagnol (secondo da sinistra) all’Università di Trento con gli studenti Riccardo De Cani, Michele Zanon e Zhiqiang Chen

Il progetto di Modus Architects per il rifugio rappresenta un importante segno contemporaneo in un contesto naturale incontaminato. Ci racconta come è nata l’idea e se e come l’intervento cambierà l’approccio alla montagna?

Il nostro progetto non parte da una condizione incontaminata: questa è la differenza che ci ha permesso di vincere il concorso. La verità è che c’era un edificio costruito negli inizi del 1900 e quindi un segno di antropizzazione sul territorio era già presente. Rispetto a tutti gli altri concorrenti che hanno pensato ci fosse una tabula rasa, ovvero una condizione illibata, perfetta, naturale, noi siamo stati gli unici a dire che il segno del vecchio edificio storico avesse un valore imprescindibile. Abbiamo quindi ragionato sulla sua presenza, comprendendo che il luogo dove era collocato aveva un carattere estremo, ovvero “ponte” tra due valli, ma anche familiare nella connotazione di essere facilmente raggiungibile. Il tema più importante, prima di pensare ad una figura architettonica molto importante, era quello di dare spazio, definire un “luogo protetto dove stare”, per fermarsi, aspettare, mangiare e poi ripartire. Abbiamo inoltre considerato il valore della memoria, e perciò il vuoto lasciato dal vecchio rifugio – il segno quadrato dell’impronta – diveniva “assenza di una presenza passata”; proprio attorno a tale vuoto abbiamo costruito. Inoltre, mantenendo in vita il rifugio durante il periodo di cantiere si dava un senso di continuità alla trasformazione. In loco, chiunque poteva vivere questo “dramma della demolizione” e quindi si poteva assistere a questo passaggio di condizione: la filiazione dal vecchio edificio al nuovo come un parto condiviso.

 

Storia, luogo, funzione e contestualizzazione hanno ancora un valore? O vengono visti come un limite alla creatività progettuale?

La creatività progettuale non era limitata dalle condizioni. Anzi, noi avevamo un’àncora, la quale ha permesso di sviluppare un pensiero più profondo rispetto all’espressione di virtuosismo architettonico, che tendenzialmente in un contesto totalmente naturale si è spinti ad elaborare visto che non vi è il confronto con un’architettura o una condizione urbana con cui devi dialogare, ma basta il dialogo con la vastità delle montagne, con le forme naturali; infatti, c’è una tendenza all’estremo virtuosismo nel costruire in alta montagna. Nel nostro caso non abbiamo avuto questa esigenza; al contrario, l’esigenza più forte era costruire un racconto che parte dal 1900 e che non è interrotto perché continuerà a trasformarsi e ad essere metabolizzato.

Inoltre, la forza del camminare in montagna è data dal senso di ascensione. Si tratta di un elemento che abbiamo riportato all’interno dell’edificio costruendo in altezza e studiando aperture sia verso l’interno che verso l’esterno, al fine di permettere viste compresse e a strapiombo così da continuare questo senso di ascensione verso l’alto. Si arriva finalmente alla meta ma non hai finito di salire: entri nel rifugio e passi dai 2545 metri di quota su cui è collocato ai 2560 m della sua altezza massima in cima alle camerate. C’è quindi il senso che l’architettura diventi anche un momento dell’ascensione di un brandello di montagna.

 

Quali sono le difficoltà riscontrate nel costruire ad alta quota?

Costruire in quota è chiaramente molto difficile. Non si ha la dinamicità che si ha in valle ma, soprattutto, hai una condizione orizzontale e non verticale: l’atmosfera, le condizioni meteo, cioè la pioggia, la neve, non li senti sopra ma attorno a te. Ciò ti proietta all’interno della natura: non sei sotto alla natura e agli eventi ma sei dentro: questo ci ha fatto pensare di risolvere molti dettagli in maniera diversa da come li avevamo pensati. Ci ha fatto capire di trattare l’edificio come un masso, ovvero il tetto non è solo il tetto ma sono anche le pareti; le componenti vanno fissate tre volte tanto rispetto al normale; l’aria è come una sciabola… Tuttavia, in realtà la difficoltà più grande è quella umana: gli operai hanno lavorato al limite delle possibilità, hanno vissuto momenti molto duri; lavoravano dalle 5 del mattino fino alle 9 di sera quando in estate c’era il sole. È una difficoltà che ho vissuto anche io benché diversamente: quella dell’andare in cantiere ogni settimana, svegliarsi alle 5 per fare un’ora di auto e poi un’altra ora a piedi. Certamente una difficoltà fisica, ma assicuro che è stato un sollievo per l’anima.

 

L’analisi degli studenti dell’Università di Trento

Le immagini seguenti sono l’esito di uno studio condotto durante il corso di Disegno automatico dell’Università degli Studi di Trento, tenuto dalla professoressa Giovanna Massari. Nel quadro di un interesse generale per il tema del rifugio alpino, l’architettura del Ponte di Ghiaccio è stata indagata e interpretata per mezzo delle procedure avanzate di modellazione e rappresentazione digitale. Ciò ha permesso, anzitutto, di sperimentare le potenzialità fornite dalla piattaforma BIM (Building Information Modeling), la quale consente di ottimizzare la pianificazione, simulazione e realizzazione di costruzioni attraverso una progettazione condivisa tra le varie figure professionali. In secondo luogo, la simulazione ha consentito di elaborare dei modelli figurativi che comunicano l’opera rappresentandola il più simile possibile alla realtà. L’obiettivo del corso è infatti spiegare agli studenti questa nuova tecnologia e quali siano gli ambiti applicativi e le tecnologie utilizzate, nonché quali vantaggi permette di ottenere nell’ambito della progettazione.