I commenti di Marco Volken, fotografo elvetico e autore di libri e guide di montagna, che ha visitato i due rifugi di proprietà del Club Alpino Svizzero

 

La visita dei due rifugi, recentemente ampliati, è stata una buona occasione per paragonare i progetti e valutarne le qualità. Evidentemente i commenti che seguono sono quelli di un dilettante privo di particolare competenza architettonica e vanno presi con le pinze. Inoltre, essi non vogliono essere un’analisi, quanto piuttosto un mosaico d’impressioni. Da buon incompetente, probabilmente sono anche più attento agli «errori», effettivi o presunti che siano, mentre le scelte riuscite le prendo per scontate, anche se forse non lo sono.

Vista da lontano, la Cabane Rambert (2582 m, nel massiccio del Grand Muveran) può sembrare quello che gli architetti e i committenti hanno dichiarato: un progetto volto ad addossare al rifugio preesistente, di stampo chiaramente elvetico-tradizionale, una sorta di zaino moderno. Il corpo aggiunto a ridosso (snello, largo quanto il rifugio storico e ben più alto) inverte la silhouette tradizionale del tetto e presenta due falde convergenti leggermente verso il basso, in modo da formare una V ottusa, intesa quale imbuto per raccogliere l’acqua piovana (dato che la capanna si trova in una zona priva di sorgenti, nevai o ghiacciai). L’impressione da lontano è tuttavia quella di una struttura pasticciata, non tanto per i volumi, a mio parere abbastanza equilibrati, e per le forme, che risaltano bene da diverse angolazioni, quanto per la presenza di pannelli fotovoltaici sulla facciata e di un collettore solare sul tetto, che stridono con il progetto e vanificano ogni intento estetico. Inoltre, la lamiera che avvolge interamente il corpo nuovo si estende anche al tetto della struttura preesistente, che così perde buona parte della sua individualità e identità. Una scelta assai discutibile, visto che l’aggiunta, destinata in primo luogo ai locali tecnici e ai servizi, e quindi subordinata, allunga ora la sua mano sul rifugio tradizionale, che con la facciata principale, l’entrata e il refettorio dovrebbe pur sempre mantenere il primato.

Da vicino si notano molti dettagli di difficile legittimazione, sia a livello progettuale che in quanto a esecuzione. Nella facciata del vecchio rifugio tre finestre sono state sostituite da una lunga vetrata che suggerisce una vista panoramica; in realtà la vetrata è interrotta, all’interno, da due colonne che impediscono una visuale aperta a chi si trova nel refettorio. L’intervento ha quindi sacrificato la facciata tradizionale per una promessa un po’ vana (va però ammesso che il refettorio è luminoso, e anche la vista sulle Alpi vallesane, fiore all’occhiello del rifugio, ne ha guadagnato). Dall’esterno, attraverso il nuovo finestrone non si vede solo il refettorio, ma anche una sezione mal definita della cucina retrostante. Probabilmente i progettisti volevano permettere al personale del rifugio di apprezzare il panorama durante il lavoro, e in questo intento, più che legittimo, non hanno sbagliato. Ma la prospettiva inversa è decisamente riuscita male.
Tra refettorio e cucina non troviamo più il tradizionale sportello tra la clientela e i custodi, ma una lunga apertura che permette ai visitatori di spiare chi è alle prese con i fornelli (è una buona idea?) e soprattutto mette in bella mostra il tavolo attorno al quale i gestori lavorano, gestiscono le prenotazioni, mangiano, chiacchierano con guide o amici e passano i loro momenti di pausa. In questo modo si crea una specie di trasparenza a scapito della privacy dei rifugisti. Un battibecco tra loro, uno scambio di opinioni su un cliente idiota, una chiamata dei soccorsi con dettagli che non riguardano il refettorio? Tutto sotto gli occhi e le orecchie del pubblico. Non come nel caso della capanna Corno Gries, ma poco ci manca.

Al pianterreno dell’ampliamento si trovano la dispensa, i locali tecnici e di servizio e il locale invernale (e probabilmente anche gli spazi per i rifugisti). Sul lato est una porta in lamiera sembra portare in cantina; una adiacente, che inspiegabilmente inizia circa dieci centimetri più in alto, rompendo ogni simmetria, cela dietro una grata il generatore che la sera va a pieno regime e il cui isolamento acustico, ammesso che esista, è decisamente insufficiente. Sullo stesso fianco, gli stambecchi all’imbrunire si avvicinano al rifugio per leccare una pietra salata, e i turisti sono tutti lì, ad ammirarli nel frastuono del generatore.

Una scala ripida permette di accedere al piano superiore con le camere e i servizi. Non ho visitato le altre stanze, ma quella in cui ero alloggiato dispone solo di un lucernario. Considerata la quota modesta del rifugio, si dorme con il lucernario aperto. Ma se nel corso della notte dovesse piovere intensamente, la finestra quasi orizzontale andrebbe chiusa. Solo che si trova a circa tre metri di altezza… e per raggiungerne la maniglia bisogna ricorrere a un’asta metallica stile bricolage che giace per terra come un oggetto smarrito. I servizi sono spartani e forse insufficienti: un locale con lavello unisex e due gabinetti, uno per sesso. Un terzo gabinetto adiacente, unisex, è accessibile solo da fuori, dal retro, e inteso per i turisti di passaggio, che altrimenti dovrebbero togliere gli scarponi per salire al piano; ma la costruzione ermetica e di difficile lettura richiede un’apposita segnaletica per indirizzare la gente. (Una capanna ben riuscita non dovrebbe spiegarsi da sé?). La lamiera esterna palesa diverse imprecisioni di lavorazione, probabilmente dovute alla necessità di contenere a dismisura i costi da parte della sezione proprietaria del CAS-Diablerets. All’interno, a tre anni dall’inaugurazione del 2015, numerosi dettagli mostrano già i segni dell’usura.

 

Passando alla Spannorthütte (1956 m), conoscendo il vecchio rifugio, le difficoltà topografiche e la sezione del Club Alpino Svizzero interessata (la UTO di Zurigo, la cui reputazione in quanto a rifugi non è delle migliori), mi attendevo ben poco. Ma soprattutto ero curioso di scoprire quali soluzioni erano state scelte. La capanna preesistente si trova a ridosso di un grosso masso che la protegge dalle enormi valanghe che scendono regolarmente dal ripido pendio soprastante (circa 700 metri di dislivello ininterrotto). Tutt’intorno il terreno è assai sconnesso, al contrario di quello della Rambert, e non gode della protezione del masso. Probabilmente si voleva (o doveva?) anche preservare la facciata delle capanna vecchia, compresa l’aggiunta del 1961 progettata da Jakob Eschenmoser, e di mantenerne la visibilità da ogni angolazione. Gli architetti hanno optato per una costruzione separata e antistante, di proporzioni e volumi analoghi, ma a un livello inferiore, quasi a filo con la terrazza. L’aggiunta è collegata al rifugio preesistente tramite una scala interna e sembra emergere dalla montagna. In realtà l’effetto è un po’ costruito, dato che sul lato est è frutto di un muraglione in pietra concepito per proteggere la struttura dalle valanghe (saranno gli anni a dirci se ci riuscirà, non ne sono sicuro). Le scandole di rivestimento conferiscono alla facciata un certo calore e un po’ di quel colore che alla capanna vecchia manca. Interessante anche la suddivisione della facciata in una parte aperta, con un grande inserto di finestre e pannelli fotovoltaici (le stanze), e in una piuttosto ermetica che cela i servizi, alcuni locali per i custodi e un atrio d’entrata con gli scaffali per gli scarponi, le piccozze e i cestini. Poco ispirato, anzi assai banale, è invece il basamento.

Non ho visitato tutte le stanze collocate nella parte nuova, ma sono proprie di un rifugio attuale: letti singoli su due piani disposti lungo un corridoio centrale, con sul fondo un’ampia finestra verticale che inquadra una porzione di paesaggio. I servizi invece dispongono solo di finestrelle e necessitano pertanto di un’illuminazione artificiale. Il design interno non è particolarmente originale benché sobrio e, a prima vista, anche funzionale. Il tetto, inclinato leggermente verso il basso, è ricoperto di rame e dovrebbe ospitare dei collettori, che però sulle foto mancano, dato che hanno ceduto già al primo inverno (a detta dei custodi, per un errore del fornitore non corrispondevano ai carichi nevosi previsti, e saranno sostituiti da modelli più robusti).

Il rifugio preesistente, all’esterno non è stato modificato visibilmente. All’interno il refettorio ha mantenuto il suo charme tradizionale: la Spannort era infatti conosciuta e apprezzata da molti turisti per la sua rusticità. La cucina si apre alla clientela con uno sportello abbastanza largo, senza essere indiscreto, attraverso il quale i rifugisti possono anche seguire l’andirivieni sulla terrazza; e di un’intelligente uscita sul retro, su uno spazio all’aperto piuttosto appartato a disposizione del personale (che anche da lì non perde d’occhio quanto succede).

Considerate le difficoltà del luogo, soprattutto in termini di topografia e di pericoli naturali, credo che la soluzione scelta sia ben azzeccata.