di Domenico Flavio Ronzoni

Pubblichiamo il racconto secondo classificato nella sezione “Inediti” del Premio Leggimontagna 2018

 

“Dai, Marta, cerchiamo di sbrigarci, altrimenti facciamo tardi. Dobbiamo ancora chiudere tutto e per di più comincia a piovigginare.”
In realtà Massimo ha già chiuso quasi tutte le finestre e non sta cominciando a piovere. È però calato un nebbione denso che sta avvolgendo il rifugio in un grigiore lattiginoso e impedisce ormai di vedere le montagne che lo circondano.
Si è rivolto a sua moglie, ma non sa nemmeno dove si trovi mentre pronuncia quelle parole. Parla per sentire la sua voce rimbombare nella sala da pranzo, tristemente vuota, dove ora sta trafficando. Parla per avere l’impressione, illusoria, e lo sa, di non essere solo, di non essere soli, lui e sua moglie, in questa giornata di fine settembre che chiude  la stagione estiva al rifugio.
Lei, Marta, non gli risponde. Forse non lo ha sentito. Deve essere in cucina a spolverare di nuovo pentole e stoviglie prima di rinchiuderle nel buio della credenza e dei cassetti. È una sua mania, quella della pulizia, quasi una ossessione, sia al rifugio che a casa; ma forse qui lo fa per un motivo diverso e quando ci si accinge alla chiusura, in quelle strane giornate in bilico tra desiderio di ritorno a casa e nostalgia per l’estate ormai alla fine, sembra di vedere nei suoi gesti, nel suo spolverare, nell’impilare piatti e nel riordinare l’attrezzatura da cucina, una frenesia fatta di scatti quasi meccanici. In quelle occasioni, gli occhi accigliati e le labbra strette e tirate accompagnano i suoi movimenti. È sconsigliabile a tutti interromperla o disturbarla; potrebbe rispondere, secca e scortese, lei che di solito non lo è, a chiunque, anche al marito.

Marta e Massimo hanno entrambi sessant’anni e si conoscono da sempre. Erano insieme all’asilo e alle elementari, poi le scelte delle rispettive famiglie li hanno divisi. Lui è finito in una cittadina del fondovalle, dove ha frequentato le medie e il liceo scientifico, poi a Milano per l’università, facoltà di Matematica, presto abbandonata dopo la morte di suo padre. Marta, invece, è rimasta sempre tra le montagne, frequentando un istituto alberghiero, uno dei primi, in quegli anni, e diventando un’ottima cuoca, anche se ha esercitato la sua arte più in famiglia, per il marito e per tre famelici figli, che nei ristoranti.
Entrambi con la montagna nel sangue, ma per troppo tempo lontani dalla loro valle, a causa del lavoro di lui, capo magazziniere in un mobilificio della Brianza, hanno deciso otto anni fa di dare un taglio a quella vita e di assumere la gestione di quel rifugio abbarbicato tra le montagne della loro giovinezza.
Tra lo scetticismo della figlia più grande,  ormai sposata, e i dubbi dei due figli maschi, ancora studenti, Massimo e Marta avevano partecipato al concorso indetto per la gestione del rifugio e ce l’avevano fatta, per la verità anche perché la concorrenza era alquanto limitata e poco convinta. Il loro, del resto, è un vero rifugio di montagna, non uno di quei rifugi-alberghi-ristoranti che si raggiungono con semplici e brevi camminate o davanti ai quali si arriva addirittura con l’automobile.

Non sono stati facili, quegli otto anni. Gli entusiasmi iniziali fecero presto i conti con una realtà che i due conoscevano solo indirettamente, non tanto la realtà della montagna, che frequentavano da sempre, più da escursionisti, anche se esperti, che da alpinisti, quanto le mille sfaccettature di un mestiere, quello del rifugista, che avevano incrociato spesso nelle loro escursioni dei fine settimana, con o senza la consolidata compagnia della loro sezione CAI.
Il rifugio era la meta da raggiungere o il punto d’appoggio verso una cima, un passo, una lunga traversata da una valle all’altra; il rifugio era la casa, la sicurezza, il caldo di una stufa accesa nelle giornate più fredde, la romantica e nostalgica bellezza di un tramonto da ammirare con le nuvole che giocavano tra le vette, le canzoni, sempre un po’ tristi, intonate dopo una cena, magari sobria, ma accompagnata dal calore di qualche bicchiere di vino.
E i rifugisti erano i custodi di quei luoghi di sicurezza e di calore, custodi che ai loro occhi assumevano i tratti dell’eroe, quanto più il rifugio era ad alta quota o in luoghi non facilmente raggiungibili. E per fare il rifugista in certi posti bisognava essere davvero degli eroi, bisognava, insomma, avere  le palle. Quattro mesi lassù, tra le rocce e il vento che fischia, a confidare nel bel tempo, così puoi anche sperare che qualcuno salga al rifugio e ti faccia un po’ di compagnia, magari non limitandosi a passare via veloce verso una cima o una traversata, ma fermandosi a mangiare, in modo da scambiarci quattro chiacchiere e sentirti meno solo.
E poi, ad un certo punto, un punto che segnava la fine di una fase della loro vita e ne apriva un’altra, i rifugisti erano diventati loro. E toccò a loro stare dall’altra parte, ospitare e non essere ospitati, occuparsi dei rifornimenti, della manutenzione (in un rifugio c’è sempre qualcosa da riparare), di ottenere i permessi per toccare qualsiasi cosa, occuparsi, e soprattutto preoccuparsi, dei conti da far quadrare e che non quadravano quasi mai.
Ad aiutarli c’erano i due figli, ma con permanenze sempre più saltuarie, interrotte da un esame universitario o da qualche altro impegno; poi c’era Ernesto, un fenomeno d’uomo che passava buona parte dell’estate con loro e li aiutava in tutto, senza chiedere un euro in cambio. Lo faceva per amore di quel rifugio e di quelle montagne, di cui conosceva ogni sasso. Lo faceva, forse, anche perché era solo al mondo e, ormai pensionato e vicino ai sessanta, non sapeva come altrimenti riempire le sue estati.
Secco, atletico, scattante, Ernesto arrivava appena al metro e mezzo; un grillo sempre in movimento, capace di scendere anche due volte al giorno al paese più vicino se solo si accorgeva che mancava qualcosa di cui c’era necessità al rifugio. Per Marta e Massimo, era una grazia piovuta dal cielo; per Ernesto, poter passare tutta l’estate al rifugio era il compimento di un sogno coltivato per tutta la vita. Due aspettative che si incastravano alla perfezione.
Il rifugio si trova a 2500 metri e ci si arriva solo con una camminata di almeno due ore dal parcheggio più vicino; i più allenati riducono i tempi a un’ora e mezza, i runners ci arrivano in trentacinque minuti. Oltre il rifugio, solo vette da raggiungere, tutte sopra i tremila, qualcuna vicina ai quattromila, e sentieri che portano ad altri rifugi, passando per colli e passi mai banali. Montagne stupende, percorsi di grande fascino, sentieri che sono un incanto, a patto di amare la montagna, ovviamente, e di saper sopportare, per amor suo, ore di fatica e di sudore, non senza qualche rischio, che aumenta se il meteo non è favorevole.
Negli ultimi anni, rimugina Massimo mentre fissa le ante delle ultime finestre, al rifugio passava meno gente. Non ne conosceva il motivo, ma se pensava a venti o trenta anni prima, quando ci arrivava da escursionista nei fine settimana estivi, con la famiglia o con qualche gruppo CAI, se lo ricordava sempre affollato, allegro di voci e rumori, canti e risate.
Adesso prevale il mordi e fuggi, visite fugaci nelle quali spesso gli escursionisti si accontentano di una birra o di un caffè. Qualche famiglia si ferma a pranzare, ma le grosse comitive sono sempre meno, e tutto si concentra in un mese o poco più, sempre sperando che il clima sia favorevole, perché altrimenti c’è solo da piangere. I giovani, poi, chi li vede più?Preferiscono starsene giù nel fondovalle, ad arrampicare sui sassi o sulle falesie, senza farsi chilometri di salita appesantiti dagli zaini. Dalla macchina alle pareti attrezzate, si faranno quindici minuti a piedi e poi li vedi salire svelti sulle vie superprotette; bravi, eh, da lasciarti a bocca aperta, ma quello non è alpinismo.
“Ma con chi stai parlando?”, gli fa Marta appena riemersa dalle sue occupazioni.
Massimo nemmeno si era accorto che quei suoi pensieri si erano trasformati in parole che gli uscivano dalla bocca in forma di un borbottio monotono. Sua moglie ci era abituata e spesso lo prendeva in giro per questo.
“Ma no, niente, stavo solo riflettendo che anche quest’anno di gente se n’è vista poca e che chiudiamo la stagione senza che ci rimanga qualcosa in tasca.”
“Dobbiamo accontentarci, Massimo. Visto come vanno le cose in questi ultimi anni, ci va perfino bene. E, poi, diciamoci la verità, non abbiamo scelto di fare i rifugisti sperando di diventare ricchi.”
Come sempre, sua moglie aveva ragione. La guardò allontanarsi, diretta al bivacco invernale, che sarebbe rimasto sempre accessibile, per gli ultimi controlli. Nonostante il passare degli anni, Marta aveva conservato il profilo sottile e il passo leggero di quando era una ragazza. Osservandola da dietro, Massimo si trovò quasi sorpreso di riconoscere che sua moglie gli piaceva ancora, anche se ultimamente il loro rapporto si era un po’ raffreddato. Stavano insieme ormai da trentacinque anni, un’eternità, ed era inevitabile, pensava, che alla loro età la passione lasciasse il posto ad una convivenza quotidiana priva di slanci, ma ordinata piuttosto dall’urgenza delle cose da fare. Messa da parte la passione, rimaneva l’affetto, e un po’ di tenerezza. Ma guardandola allontanarsi, con quelle mosse aggraziate da giovinetta, non furono solo i ricordi a risvegliarsi.
Si ritrovarono più tardi nella cucina del rifugio. Seduti al tavolo da lavoro, consumarono un pasto frugale: qualche fetta di salame, un pezzo di formaggio, un bicchiere di vino, un caffè per concludere come si deve, prima di scendere a valle. Per tre mesi avevano sempre avuto qualcuno con loro al rifugio; se non salivano escursionisti, c’erano almeno i figli, oppure Ernesto. Ma ora erano davvero soli e il loro rifugio sembrava così triste. E il silenzio che c’era tra loro mentre masticavano svogliatamente quei quattro bocconi non faceva che ampliare il vuoto che li circondava.
“Quest’anno mi sembri più triste del solito”, disse Marta, che come sempre cercava di interpretare i silenzi del marito.
“Sì, è vero – disse lui dopo un attimo di esitazione -; del resto non è che abbiamo molti motivi per essere allegri. E poi, chissà se ci confermano la gestione ancora per qualche anno.”
“Ma sì, dai! Vedrai che ce la ridanno; chi vuoi che venga quassù al posto nostro? Adesso sistemiamo, chiudiamo tutto e torniamo a casa, che non vedo l’ora di riabbracciare i miei giovanotti.”
Era sempre lei la più positiva, la più volitiva. Lui la guardò con un magro sorriso di riconoscenza, ma sembrava non volersi alzare, come se preferisse godersi ancora per qualche istante la pace totale di quei momenti.
“È che forse, invecchiando, sto diventando più riflessivo, o forse solo più incerto. Forse è proprio la vecchiaia che avanza a farmi paura.”
Ci fu un attimo di silenzio. Massimo allungò la mano verso quelle di sua moglie, le sfiorò sentendole fredde.
“E poi quest’anno c’è stata la storia di quei quattro, su al Pizzo Bello.”
“Lo so, è stata dura anche per me, ma tu non potevi farci niente. Hai dato i tuoi consigli, quella montagna la conosci a memoria, ma tu non sei una guida e poi lo sai bene che spesso ti ascoltano e poi fanno quello che vogliono, andando a mettersi nei guai.”
Massimo, quei quattro, li aveva visti arrivare al rifugio sul tardi, quella sera di fine agosto; li aveva accompagnati nella loro camera, aveva servito la cena e li aveva sentiti chiacchierare a lungo anche dopo il bicchierino di grappa. C’erano solo loro nella sala da pranzo. Quell’estate era stata un disastro. Avevano dovuto rassegnarsi a un tempo piovoso e umido come non avevano mai visto, un clima che aveva tenuto lontano dal rifugio gli escursionisti e gli alpinisti e che aveva regalato pochissimi fine settimana di bel tempo.
“Gliel’avevo detto di stare sulla cresta, che è più sicura. E invece hanno voluto andar su per il canalone; poi nessuno sa che cosa sia davvero successo. Forse hanno trovato più ghiaccio del previsto; erano attrezzati, ma dalle domande che mi facevano non mi sembravano particolarmente esperti.”
“Poi quelli del soccorso ce li hanno portati qui al rifugio”, proseguì lei, con gli occhi che le si stavano arrossando. “E come erano conciati! Uno di loro, ti ricordi, aveva la testa spaccata, quasi staccata dal resto del corpo, poveretto.” Lo disse accompagnando le parole con un brivido di orrore, come se rivedesse la scena in quel momento, lì davanti a lei.
“È che le montagne sono diventate più pericolose. Una volta le cime della nostra zona erano tutte bianche di neve e di ghiaccio, e anche in piena estate fare il Pizzo Bello era una meraviglia, sempre con la dovuta attenzione, naturalmente, perché non sono vie da affrontare alla leggera. Con queste montagne non si scherza.”
“Siamo anche finiti sul telegiornale, ti ricordi?”
“Sì che mi ricordo, purtroppo. Con quella loro amica che era rimasta qui ad aspettarli e che continuava a lamentarsi, anche davanti ai giornalisti, che al rifugio non c’è campo per i cellulari e che forse qualcuno si sarebbe potuto salvare se avessero potuto telefonare.
Come se tutto dipendesse dai cellulari – proseguì lui infervorandosi -. Come no! Adesso vogliono l’avventura in montagna ma con in tasca il cellulare salvavita, pronti a chiamare ad ogni evenienza, anche quando sono solo spaventati o troppo stanchi per proseguire su una via. No, no, non è più la montagna che piace a me.”
“Dai, non pensarci più. Non arrabbiarti, che non ti fa bene. Andiamo, su, chiudiamo e cominciamo a scendere.”
Marta si alzò decisa e a lui non rimase che seguirla. Lavate le quattro stoviglie, chiusero la porta principale del rifugio e gli girarono intorno per l’ultimo controllo. Improvvisamente, un colpo di vento fece sollevare le nuvole che avvolgevano l’alta valle. Riapparvero tutte le vette che la chiudevano, spruzzate di neve fresca, illuminate dal sole. Sembravano sorridere a quelle due uniche presenze umane e al loro rifugio dal tetto rosso.
Marta e Massimo si guardarono senza parlare, ma i loro occhi ridevano. Si misero sulle spalle gli zaini e iniziarono a scendere sui lastroni di granito umidi di nebbia.
Quasi senza pensarci, istintivamente, si presero per mano, come quando erano fidanzati.
Visti da dietro, sembravano due ragazzini.

 

Chi è l’autore

Domenico Flavio Ronzoni è nato e vive in Brianza, dove opera sia come insegnante liceale di Lettere sia come ricercatore appassionato ai vari aspetti della storia della sua terra, alla quale ha dedicato numerose pubblicazioni. Tra le passioni della sua vita c’è la montagna, praticata sul terreno e sui libri. In questo ambito nel 2004 ha curato con Carlo Caccia una guida tascabile delle Grigne e nel 2008 il volume Tra la cime e il cielo: i diari extraeuropei di Giacomo Scaccabarozzi; nel 2009 il volume storico Achille Ratti. Il prete alpinista che diventò Papa, dedicato alla passione per la montagna del futuro papa Pio XI. Nell’ultimo decennio si è dedicato anche alla narrativa, scrivendo una serie di racconti poi confluiti nel volume Conti e racconti tra il Lambro e il Gran Zebrù. In questo ambito ha ottenuto alcuni riconoscimenti, come il secondo posto al Premio Carlo Mauri nel 2012, due primi posti al Premio Leggimontagna nel 2012 e nel 2013, sempre per la sezione “Inediti”.

www.dfronzoni.net