I rifugi alpini in Alto Adige/Südtirol come questione nazionale (1914/1972)

di LUCA GIBELLO

Il libro di Stefano Morosini (Fondazione Museo storico del Trentino, Trento 2016, pp.304, euro 20) è, come enunciato dal sottotitolo, una puntuale ricostruzione storica dei conflittuali rapporti socio-politici (senza scomodare l’improprio appellativo di “etnici”) che interessano le terre irredente (dunque anche il Trentino) prima della Grande guerra (le vicende narrate risalgono infatti al 1869, anno di fondazione del Deutscher Alpenverein e della prima sua sezione sudtirolese, a Bolzano), e che poi riguardano l’Alto Adige a valle del primo conflitto mondiale, fino alla ratifica del secondo Statuto di autonomia (1972). In questo territorio conteso, totalmente montuoso, gli alpinisti e i loro sodalizi nazionali ingaggiano un “corpo a corpo” di cui le tragiche vicende della guerra e del bombe del terrorismo (anni ’60) sono l’estrema deriva, non così disconnessa da quelle premesse. In questo articolato quanto nevralgico panorama, tra pangermanisti e fautori della causa italiana, i rifugi giocano un ruolo di assoluto primo piano per via delle valenze simboliche che essi incarnano: diventano cioè una tra le principali pedine di una strategia volta al controllo del territorio, alle rivendicazioni di appartenenza, di proprietà ed economiche, all’organizzazione del turismo.

L’autore, attraverso documentate ricerche d’archivio su fonti plurime (comprese quelle secondarie), ricostruisce i quadri cronologici attraverso tre livelli di approfondimento: la storia politica della regione; quella delle associazioni alpinistiche ivi operanti; le vicende di singoli protagonisti (non solo rifugisti) ritenuti emblematici. Si apprezza la cura della ricostruzione, attraverso filtri interpretativi mai ideologici, in un’ottica di «appartenenza personale all’Europa». Così, grazie a questa pubblicazione, l’osservazione a distanza (nello spazio e nel tempo) della contesa intorno ai rifugi appare un pretesto per avanzare legittimazioni politico-sociali che poco o nulla hanno a che vedere con la conoscenza, la frequentazione e l’amore per le montagne.

Unico neo del libro, la totale assenza di un apparato iconografico che, seppur secondario rispetto al carattere della scrittura, avrebbe ulteriormente arricchito la pubblicazione.