A seguito dei lavori estivi di risanamento (ma con un grande progetto di rinnovamento che è rimasto un sogno nel cassetto), l’ispettore della Commissione rifugi del Cai Milano e redattore di Mountcity.it s’interroga sul ruolo da attribuire alla storica capanna

di Lorenzo Serafin

 

2015-08-30 08.45.29Un monumento dell’alpinismo si rinnova”, così esordisce Teresio Valsesia in un breve resoconto apparso sul quotidiano «La Stampa» del 7 ottobre in cui si annuncia un “restyling completo” dell’interno della Capanna Marinelli (3036 m). I lavori, ordinati dalla Sezione di Milano del Cai, proprietaria del rifugio, sono una piccola ma significativa tappa nell’ultra centenaria storia di questo piccolissimo “nido d’aquila”, fin dal lontano 1885 arroccato in cima al crestone Marinelli, a fianco dell’omonimo canalone dove l’alpinista romano Damiano Marinelli e le guide Ferdinand Imseng e Battista Pedranzini furono investiti da un’enorme valanga quattro anni prima.
In qualità di ispettore per conto della Sezione, ho ritenuto fosse utile seguire personalmente i lavori. Il 18 agosto all’alba Romildo Bianchi e Giuseppe Balmetti mi aspettavano sull’argine dell’Anza nel tratto basso della pista di sci del Belvedere dove erano stati preparati i materiali per il trasporto in elicottero: alcune rotazioni per legname, sabbia, cemento e attrezzature ma anche per viveri e piccola cucina da campo per 5 giorni di permanenza in quota, e soprattutto diverse taniche d’acqua. Fin dai primi passi ho capito che i due erano a loro agio sulle scoscese creste che approcciano la severa parete “himalayana” del Rosa, ma è stato poi un piacere vederli all’opera durante le quattro lunghe giornate di lavoro che sono servite per risanare l’interno del rifugio.

 

Un sogno nel cassetto

Il progetto di radicale rinnovamento, a firma degli architetti Guido Boroli e Jacopo Muzio

Di rinnovare la Marinelli si parlava da qualche anno, e in particolare ricordo che fu Carlo Lucioni, allora presidente della Sezione di Milano, a dare l’endorsement a uno studio per un progetto di radicale rinnovamento della struttura. Gli autori, architetti Guido Boroli e Jacopo Muzio, avevano in mente un vero e completo restyling degli interni e degli esterni e pubblicarono il loro progetto sul numero di maggio 2009 della rivista «Abitare» nella rubrica “SOS Abitare” sottoponendo il loro progetto al parere di una coppia di esperti progettisti. Allora furono il portoghese João Carrillo da Graça, insieme a Luca Brenta e e Lorenzo Argento, a passare al vaglio le proposte dei due giovani architetti milanesi che prevedevano un restauro dell’esistente con la realizzazione di un’ampia finestra e una radicale riorganizzazione degli spazi interni attorno a una stufa centrale, proponendo un nuovo rivestimento della struttura esterna in Corian® – un materiale che oggi si usa molto per sanitari e piani cottura – e la realizzazione di una piccola bussola d’ingresso ove alloggiare le bombole del gas e le scorte di legna. Il progetto, che ho avuto il piacere di poter inserire nell’allestimento della mostra «La Lombardia e le Alpi» a maggio 2013 allo Spazio Oberdan di Milano per i 150 anni del Sodalizio, è rimasto in questi anni una sorta di exemplum, un luogo ideale a cui fare riferimento, con cui confrontarsi. E non è mancata infatti una riunione di confronto voluta dalla Commissione rifugi del Cai Milano con i progettisti e con Walter Berardi, gestore del rifugio, da cui sono emersi costi realizzativi decisamente fuori dalla portata della Sezione. Fuori anche dal piccolo budget che si era venuto a costituire nel 2014 grazie al contributo della Commissione rifugi del raggruppamento regionale lombardo del Cai. Un investimento che avrebbe potuto raggiungere nel biennio 2014/15 un importo massimo di 10 + 10 mila euro finanziati al 50% dal Cai Lombardia.

 

I lavori effettuati

2015-08-30 08.14.07copyLa descrizione dei lavori che è stata stilata a inizio 2014 avrebbe previsto quindi qualche opera in più, rispetto a ciò che oggi è stato effettivamente realizzato: una revisione dell’organizzazione dei tavolacci per ricavare un paio di ulteriori posti letto, un piccolo gabbiotto smontabile per riparare la ritirata esterna e una pensilina per proteggere l’ingresso dall’eccesso di accumulo nevoso nel periodo invernale. Ma l’estate del 2014 è stata piovosa e assieme a Walter siamo giusto appena riusciti a organizzare una pulizia e un primo sgombero a ottobre inoltrato: via coperte ammuffite, materassi, bombole, arredi malmessi, e la sezione ha regalato al rifugio un nuovo tavolo con panche in legno e una risma di coperte nuove.

Poi l’intervento a luglio di quest’anno che, anche grazie al lavoro e all’esperienza di Bianchi e Balmetti, ha consentito di sanare dall’interno il rifugio grazie all’erezione di un contromuro in blocchi di laterizio poroton e al rifacimento completo dell’impalcato e del piano di calpestio. Com’è cambiato l’interno del rifugio? Direi poco, se non per via di un profumo di larice e condizioni igrometriche molto più salubri. La contro muratura è stata realizzata in aderenza ai tre lati contro roccia per un’altezza media di circa 150 cm, è stata inserita una guaina impermeabilizzante ed è stata lasciata una piccola intercapedine, con l’obiettivo di proteggere dall’acqua e creare circolazione d’aria interna. La paretina è stata poi convenzionalmente finita con perline in larice maschiate applicate su listelli con interposti pannelli di coibentazione.
Un buon passo, se confrontato col grido di dolore che a tratti emerge dai commenti del libro di rifugio 1997-2014, consultabile presso la biblioteca della Montagna Luigi Gabba al Cai Milano, ove si accosta all’entusiasmo per il luogo qualche critica al suo stato di conservazione. E del resto ecco come descrivono il pernottamento due massimi esperti, Alberto Paleari ed Erminio Ferrari, nel loro pregevole saggio Una valanga sulla Est: «Il rifugio Marinelli è un ricovero in pietra umido e freddo, ci si raggomitola nelle coperte che puzzano di muffa, si resta a sonnecchiare aspettando la mezzanotte o la una, a seconda che si è mattinieri o poltroni, ci si fa una bevanda tiepida nel pentolino che non viene lavato da più di un secolo, ci si avvia traballando sui ramponi verso il canalone».

 

Gli interrogativi sul futuro

2015-08-30 07.49.36-2Il resoconto dei lavori svolti lascia il posto ad alcuni interrogativi, che mi sono posto più volte in questi anni in cui ho avuto la fortuna di incrociare il destino di questa storica capanna alpina. Innanzi tutto qual è la vera vocazione di questo rifugio? Dobbiamo dare retta al monito severo che accoglie il visitatore, bene incorniciato all’ingresso, e che così recita: «Il pernottamento è riservato solamente agli Alpinisti che intendano effettuare un’ascensione». Così scrisse e affisse Costantino Pala, per molti anni gestore del rifugio, che si dice fosse sempre pronto a correr su quando sapeva fossero in arrivo visitatori. Immagino che con lui presente la piccola capanna assumesse un aspetto più accogliente, che ci fosse un ceppo di legno nella stufa e qualche brodo caldo o alta vivanda in preparazione… Ma per la maggior parte dell’anno il rifugio rimaneva ed è sempre rimasto incustodito, e anche per questa ragione oggi la stufa non c’è, perché richiederebbe approvvigionamento e possibilità di stoccaggio di legna, richiederebbe si avesse cura di montare e smontare il camino a ogni utilizzo per evitare che venga travolto dalla valanga, e anche perché la fiducia nel visitatore medio non è altissima.
Certo è che i due ragazzi – sempre da «La Stampa» definiti «alpinisti» nella cronaca di qualche settimana fa – i quali, sorpresi dal maltempo, si sono ricoverati alla Marinelli dove hanno pernottato in attesa di essere recuperati dall’elicottero del Soccorso alpino, avrebbero gioito non poco se avessero potuto appizzare una bella stufetta… In ogni caso possono dirsi fortunati per aver avuto l’onore die “inaugurare” il rifugio rinnovato, trovando una situazione ben più confortevole di qualche mese prima.
Altro interrogativo: è necessario o auspicabile a questo punto migliorare il sentiero di accesso con qualche corda fissa, soprattutto in prossimità della Sella del cacciatore dove l’uscita dal nevaio avviene su un ciglio friabile e difficilmente percorribile? La domanda è naturalmente più ampia e riguarda più in generale il destino alpinistico ed escursionistico di questa affascinante parete.
Alpinisticamente credo che la sua attrattiva sia diminuita poiché i gradi di difficoltà non son pari al grado di rischio che le sue masse nevose in rapido disgelamento continuano a presentare a quei pochi avventurosi, stranieri soprattutto. Dal punto di vista escursionistico occorrono buone motivazioni e buon fiato per affrontare l’impervio sentiero, che però conduce nel cuore dell’immensa parete est. Si fa fatica a immaginare che grandi quantità di popolo si cimenteranno in futuro in questa impresa, e di conseguenza non si sa bene come ottenere l’attenzione di possibili enti finanziatori o di eventuali sponsor.
Ha scritto a proposito di questa ristrutturazione Maurizio Marzagalli sul periodico della Valle Anzasca «Il Rosa»: «Tuttavia questa idea del rilancio del rifugio deve in primo luogo trovare adeguati finanziamenti che possono arrivare solo dopo una riflessione molto approfondita sul ruolo di questo bivacco e sull’opportunità o meno di estendere la sua fruizione anche a un pubblico di non alpinisti, dando vita anche a interventi consistenti per la messa in sicurezza del sentiero. Su questo tema le opinioni sono divergenti. C’è infatti chi sostiene che il bivacco debba restare raggiungibile solo agli alpinisti più preparati e chi pensa invece che questo significhi un lento abbandono della storica “capanna”».
Mi pare un buon tema per un piccolo sondaggio da sottoporre ai soci e ai lettori di Cantieri d’alta Quota, con la speranza che queste poche righe possano averli in qualche modo coinvolti e che si esprimano… non prima di aver fatto almeno una volta visita alla storica capanna!

 

Per contattare l’autore: ser.lorenzo@mountcity.it

Sito della capanna: https://capannamarinellimonterosa.wordpress.com