Gli esiti del concorso d’idee per la riqualificazione del rifugio Guido Corsi allo Jôf Fuart, nelle Alpi Giulie

di Gloria Buccino

Nell’arco alpino orientale ancora non si è aperto pienamente il dibattito sulla manutenzione e restauro del patrimonio relativo a rifugi e bivacchi alpini ed escursionistici del CAI. Gli interventi recenti sono sempre stati finalizzati ad adeguamenti normativi o igienico-sanitari e ad ordinarie manutenzioni.
I rifugi CAI in Friuli Venezia Giulia sono principalmente piccoli avamposti collocati a quote relativamente basse rispetto al resto dell’arco alpino: ciò dipende dall’orografia e dalla presenza di uno zero termico di circa 500 m più basso rispetto anche solo alle vicine Dolomiti. Così, sono poche le strutture che possono essere considerate rifugi “alpini” nel vero senso del termine. Molti di questi, infatti, sono mete raggiungibili tranquillamente con gite giornaliere, dove ci si ferma solamente per un pasto caldo e per qualche ora di riposo.
Non è tra questi il rifugio Guido Corsi (1874 m), di proprietà della Società Alpina delle Giulie di Trieste e da essa edificato nel 1927 sul crinale dello Jôf Fuart, rivolto verso il gruppo del Canin e la Val Raccolana, in un anfiteatro naturale di vette rocciose che partono dal Montasio, passando per le cime Castrein, l’Ago di Villacco, lo Jôf Fuart, l’Innominata, l’Alta Madre dei Camosci e le cime di Rio Freddo.
Da fine Ottocento, in questo luogo che si trovava in territorio austro-ungarico sorgeva un piccolo rifugio in legno, la Findenegg Hütte, costruito e gestito dalle società alpine di Villacco, che serviva come punto di appoggio per i primi esploratori della zona, principalmente botanici, geologi e, in un secondo momento, alpinisti. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la capanna venne demolita e la zona divenne prima linea austro-ungarica, insieme a tutte le pareti sopra citate che vedevano (e vedono tutt’ora) la presenza di gallerie, cunicoli, scalette impervie, cannoniere e trincee scavate nella roccia, contrapposte a quelle della prima linea italiana che si trovavano a pochi metri in linea d’aria verso il monte Canin, sul passo degli Scalini, dal quale si transita proprio per giungere al rifugio. Al termine del conflitto il confine viene spostato e il territorio di Tarvisio, comprendente anche le cime del gruppo Montasio e dello Jôf Fuart, passa in territorio italiano. Così, nel 1927, la Società Alpina delle Giulie decide di costruire una piccola capanna in pietra al pianterreno e in legno (tecnica del Blockhaus) per il primo piano e il sottotetto. La zona viene completamente ripulita e bonificata, tant’è che da recenti interventi sul rifugio si è scoperto che, per la costruzione della parte in pietra al pianterreno, furono utilizzati i blocchi squadrati in calcestruzzo recuperati dalle trincee austro-ungariche. Due sole stanzette al pianterreno, una stufa, una piccola cucina e qualche posto letto in camerata erano gli unici servizi che il rifugio offriva. Parzialmente abbandonato durante la seconda guerra mondiale, a cavallo tra anni ’60 e ’70 s’interviene con un ampliamento in muratura e con un restauro della parte superiore in legno che viene in parte sostituito.
Questo è lo stato attuale, sebbene qualche altra piccola di manutenzione ordinaria è stata svolta nel tempo; soprattutto nel 2013, dopo che il tetto è stato leggermente traslato sotto il peso di una valanga, e nel 2017, quando una tromba d’aria ha completamente asportato la lamiera che copriva l’assito del tetto.
Una serie di situazioni concomitanti ha fatto sì che s’ipotizzasse un intervento di restauro e riqualificazione del rifugio a partire dal fatto che il contratto del gestore sarebbe scaduto nel giugno 2019 e dal fatto che la struttura ormai ammalorata non poteva più aspettare di essere ritoccata e sanata.
Nel primo semestre del 2019 la Società Alpina delle Giulie (con il patrocinio dei comuni di Chiusaforte, Dogna, Malborghetto Valbruna, Pontebba, Tarvisio) ha, quindi, indetto un concorso d’idee a inviti, rivolto a dieci professionisti (tra singoli, studi e raggruppamenti temporanei) ed è stata formata una commissione giudicatrice composta da Mauro Vigini (presidente della Società Alpina delle Giulie di Trieste), Alberto Winterle (presidente dell’Associazione Architetti Arco Alpino, Pietro De Faccio (ingegnere di Tolmezzo, membro della Commissione centrale rifugi CAI), Paolo Toffanin e e Denis Zadnik (entrambi consiglieri della Società Alpina delle Giulie).
A dicembre 2019 sono stati decretati i vincitori, affiancati da due menzioni speciali. Ha avuto la meglio il gruppo capitanato dall’architetto comasco Paolo Molteni insieme ai colleghi ticinesi Nicola Baserga e Christian Mozzetti, e a Emanuele Colombo e Alessandro Gaffuri, anch’essi comaschi. In base alla motivazione della giuria, «Il progetto propone una struttura compatta e funzionale. La riconfigurazione complessiva dell’edificio con un carattere contemporaneo mette in evidenza al suo interno gli elementi che costituiscono la memoria storica del rifugio. La composizione del nuovo rifugio riesce a contrapporre la grande apertura degli spazi comuni al piano terra con una sequenza di finestre di limitate dimensioni corrispondenti alle singole stanze dei piani superiori. La copertura a falda e la monomatericità del rivestimento trasmettono un senso di robustezza e di protezione. Infine, il lucernario posto nel punto più alto del tetto assolve ruolo di segnale che in particolari condizioni atmosferiche può essere rilevante».
Tra i dieci progetti presentati emergono diversi approcci: dall’affiancare alla preesistenza un corpo completamente nuovo, alla minore demolizione possibile dell’attuale struttura; dal costruire un nuovo corpo ipogeo, al cambiare completamente l’immagine del rifugio stesso, pur mantenendone in parte la memoria, fino al cercare di non snaturarlo completamente ma di renderlo semplicemente più sicuro, efficiente e accogliente.
Le richieste del bando di concorso si basavano sull’adeguamento e risanamento della struttura in ossequio alle nuove normative antincendio, sulla conversione degli impianti, per un corretto utilizzo delle energie da fonti rinnovabili e per un maggior risparmio energetico. Importante era anche l’aspetto della memoria, ovvero il mantenimento di parti del nucleo del 1927, visto da tutti quasi come un vincolo necessario, sebbene ogni partecipante abbia avuto una diversa interpretazione in merito.
Il progetto vincitore dà un’immagine inedita rispetto all’attuale rifugio, riconoscibile per il suo tetto fortemente spiovente, che caratterizza il profilo visibile dal sentiero d’accesso. L’idea nasce dall’analisi di due aspetti fondamentali: la matericità del volume e la storia del luogo. Dal momento che non è possibile accedere al rifugio attraverso strade o mulattiere, il cantiere si basa sul trasporto, via elicottero, di parti strutturali e non, prefabbricate e montate a valle, preferendo un montaggio a secco, rapido, e favorendo il trasporto a valle del materiale di demolizione. La soluzione proposta prevede quindi l’impiego di strutture portanti in legno, con montaggio a secco, un ridotto utilizzo di gettate di cemento per consolidare le fondazioni e per predisporre una nuova area interrata, demolizioni mirate e puntuali, favorendo il recupero dei materiali lignei; all’esterno, un rivestimento in lamiera di rame protegge l’intera superficie dalle intemperie. Per ridurre i costi di esercizio, si punta sull’isolamento termico e sugli impianti ad alta efficienza, collegati a pannelli fotovoltaici, pompe di calore e altri sistemi di sfruttamento energetico da fonti rinnovabili.
Attualmente il bivacco invernale si trova all’esterno del rifugio, assieme ad una cabina che ospita una centralina e la struttura metallica di appoggio per i pannelli fotovoltaici installati in via sperimentale negli anni ’90 e non più efficienti come un tempo. Il progetto prevede, quindi, la pulizia di tutto il terreno circostante e lo spostamento, con sostituzione, dei pannelli fotovoltaici sulla facciata sud del rifugio stesso e del bivacco invernale, che verrà inglobato all’interno dell’edificio, con accesso sul retro al secondo piano. Vi sarà l’adeguamento alle normative antincendio, igienico-sanitarie, con ampliamento della zona cucina, delle zone di stoccaggio materiale, il potenziamento della teleferica e l’aggiunta di nuovi servizi igienici e docce (attualmente non presenti).
Sostanzialmente, il volume non cambierà in termini di cubatura, e il numero dei posti letto (circa sessanta) rimarrà sostanzialmente invariato, privilegiando la qualità dello spazio interno. Al piano terra, una grande sala da pranzo con facciata vetrata, rivolta verso la valle e il gruppo del Canin, darà la possibilità di sentirsi direttamente a contatto con l’ambiente esterno e, allo stesso tempo, di poter vedere, proprio a fianco a sé, la struttura in pietra del nucleo del 1927, a testimonianza della continuità storica. Al piano superiore, insieme agli alloggi per il gestore e per i collaboratori e alle camere (da 4, 6 e 12 posti letto), vi sarà un grand lucernario che funge da catalizzatore luminoso, oscurabile all’occorrenza, e da faro di orientamento per gli escursionisti.
Il Corsi è meta molto frequentata e amata, dal momento che si trova in una zona che offre una gran quantità di percorsi, da ferrate, a palestre di roccia, vie classiche, sentieri più o meno semplici e percorsi storici e naturalistici. Nonostante, per la posizione in cui sorge, non sia alla portata di ogni escursionista e, quindi, non vi sia la necessità di trasformarlo, come per tanti altri rifugi è avvenuto, in una sorta di alberghetto ad alta quota, certamente non sarà facile vederlo così trasformato da quell’immagine che molti hanno vissuto come una seconda casa. Tuttavia, un intervento di tale livello porta finalmente a discutere del ruolo dello sviluppo turistico in montagne rimaste ancora selvagge e poco conosciute, quali sono le Alpi Giulie e Carniche. Un concorso d’idee non deve essere visto come un modo univoco per interpretare la montagna, bensì come un’opportunità per attirare l’attenzione sulle potenzialità del territorio. Potenziare non significa per forza deturpare ma, se fatto nel modo corretto, significa proteggere e prendersi cura.
L’augurio è che il progetto venga portato avanti per essere poi realizzato in tempi brevi, visto che l’attuale fabbricato è ancora scoperchiato dal 2017 e rischia un ulteriore ammaloramento delle strutture portanti. Speriamo anche che l’attenzione del Parco naturale Prealpi Giulie, della Regione e di tutta la comunità dell’arco alpino orientale apra ad un dibattito sulla tutela del nostro patrimonio e della nostra montagna che non si fermi a questo singolo caso isolato ma che sia apripista ad una lunga serie d’interventi mirati.