di Roberto Dini – Istituto di Architettura Montana – Politecnico di Torino
vicepresidente di Cantieri d’alta quota
Molti dei frequentatori della montagna ma, soprattutto, molti degli operatori e dei professionisti delle terre alte, si stanno chiedendo oggi cosa succederà la prossima estate e come cambierà il mondo della ricettività d’alta quota durante il periodo della cosiddetta fase 2 dell’emergenza sanitaria. Stiamo infatti vivendo un periodo in cui vengono fortemente messe in discussione anche le modalità di vivere e abitare l’alta quota che, se per alcuni rappresenta un “terreno di gioco” sportivo, culturale o spirituale, per molti altri – guide, gestori di rifugi, operatori turistici, ecc. – è invece luogo di lavoro.
Da un lato la montagna è lo spazio aperto per eccellenza, il luogo dove il distanziamento è reale e l’isolamento è garantito, dove sarà possibile ritrovare momenti di libertà di movimento. Nonostante le distopie a cui abbiamo purtroppo assistito in questo periodo (pensiamo alle ignobili scene di caccia ai “furbetti della passeggiata” o ai “runner untori”), tutto il mondo scientifico è unanime nel definire l’ambiente naturale il luogo in cui si può trovare spazio per migliorare il proprio benessere psicofisico senza naturalmente intaccare la salute pubblica. Questo è un nodo importante e un punto di forza significativo per riposizionare la ricettività montana rispetto al mondo del turismo negli anni a venire.
Dall’altro lato, per quanto riguarda i luoghi della ricettività, quella che viene messa primariamente in discussione è proprio una delle questioni fondanti dell’abitare in alta montagna, del proprio statuto antropologico, ovvero quella del riparo, della necessità di vivere in spazi ristretti e di fare della prossimità tra le persone uno dei principali modi per ottimizzare spazio, calore, materiali. È nei rifugi e nei bivacchi che risulta ovviamente più difficile praticare quel distanziamento “fisico” (e non “sociale” come si continua erroneamente a scrivere in questo periodo) che è necessario per una corretta prevenzione.
Ad una prima riflessione sul tema, paiono esserci almeno due ordini di provvedimenti che potrebbero essere presi, atti a gestire la necessità di distanziamento fisico tra le persone nei luoghi dell’accoglienza alpina.
Un primo ordine, d’immediata applicazione riguarda quelle azioni “soft” che possono essere prese a livello gestionale per il controllo dei flussi e dell’affluenza nei locali dei rifugi: turnazione per i pranzi e le cene, rarefazione dell’affollamento delle sale da pranzo (tavolate con posti a sedere ridotti) o, come si stanno orientando in questo momento i vertici del CAI, la possibilità di attivare solo il servizio di self service in modo da garantire la preparazione e distribuzione dei pasti che vengono poi consumati all’esterno. Soluzioni che si prestano soprattutto per quelle strutture dedicate in prevalenza al turismo escursionistico di giornata e che possono essere messe in atto nell’immediato.
Più complesso il discorso per quei rifugi di vocazione alpinistica dove il pernottamento non è solo una scelta ma diventa invece necessario per compiere ascensioni o traversate. In questo caso è necessario prevedere anche un adeguamento delle zone notte, anche qui attraverso la rarefazione dei posti letto nelle camere e pensare eventualmente ad una temporanea rilocalizzazione dei posti persi all’interno in strutture temporanee esterne (che permettano quindi il distanziamento tra gli utenti) come ad esempio tende o costruzioni più evolute – ma sempre removibili – che possono garantire una maggiore protezione dalle intemperie (si veda ad esempio la tipologia conosciuta come “stars box” già in uso come offerta alternativa presso alcuni rifugi).
Un secondo ordine di provvedimenti riguarda quelle azioni che invece implicano una modificazione più importante dal punto di vista dello spazio interno: ridefinizione dell’assetto distributivo e dell’accessibilità, compartimentazione delle camerate in locali più piccoli, ad esempio attraverso la realizzazione di pareti divisorie e distanziamento dei posti letto attraverso una loro rilocalizzazione. Questo secondo livello di soluzioni, anche se certamente più invasivo dal punto di vista dello spazio e delle azioni da mettere in campo, va necessariamente preso in considerazione in quanto – al di là della fase 2 dell’emergenza sanitaria in corso – è presumibile che in futuro ci si dovrà adattare ad una convivenza più frequente con questo genere di problematiche. Tra l’altro non è da escludere che vengano altresì introdotte nuove disposizioni legislative in materia, che stabiliranno misure più stringenti per le attività ricettive montane. Tali interventi permetterebbero inoltre di adattare i rifugi anche per la stagione primaverile, quando non è possibile sfruttare in modo complementare lo spazio esterno.
Un altro genere di problematica riguarda il discorso sui bivacchi, in quanto anche in tali strutture la prossimità fisica degli utenti è una condizione palese. Non è possibile chiuderli, perché sono strutture che in ogni caso fungono da ricoveri di emergenza. Probabilmente si dovrà pensare ad un sistema temporaneo di “prenotazione” o perlomeno di segnalazione della presenza, che consenta di conoscere preventivamente le condizioni di affollamento. Anche in questo caso, specie per i bivacchi più frequentati, è possibile prevedere l’alloggiamento in strutture temporanee esterne (tende, ecc.) per ridurre la presenza all’interno?
In ogni caso, va detto che sarà bene evitare l’errore di separare gli aspetti gestionali dalla dimensione spaziale di queste problematiche, riducendo e banalizzando il tutto ad una sola questione di controllo dei flussi e di accesso degli utenti. Tutti gli aspetti vanno affrontati all’unisono, lavorando sull’entità rifugio nella sua interezza, per non perdere le peculiarità materiche e sociali che ogni architettura presenta.
Per concludere, lo scenario attuale prefigura dunque un quadro in cui la presenza umana in montagna, e quindi nelle strutture ricettive d’alta quota, diventerà più rarefatta. Ciò significa che, per usare una metafora epidemiologica abusata in questi mesi, sarà necessario spalmare il “picco” di affluenza, generalmente previsto nel ristretto periodo estivo, in un tempo più lungo. Se dunque vogliamo garantire gli stessi numeri di frequentazione del passato dobbiamo immaginare innanzitutto una destagionalizzazione e un allungamento delle aperture (prime settimane di giugno? Fino a ottobre?). Per fare questo è necessario anche immaginare altre forme di ricettività; non limitandosi esclusivamente al “turista” di montagna ma pensando di offrire un servizio di supporto e accoglienza ad altre attività e ad altri frequentatori dell’alta quota (studenti, scolaresche, ricercatori, corsi di formazione, ritiri spirituali, ecc.; osservazione scientifica, controllo ambientale, controllo faunistico, ecc.).


