Resoconto (appassionato) dei lavori di manutenzione al bivacco Città di Varese

di Lorenzo Serafin

Il piccolo vascello rosso, una “semibotte” – così lo definisce Pietro Macchi, presidente del Cai Varese – in lamiera capace di ospitare nove persone: meglio conosciuto come bivacco tipo Apollonio, come ne sono stati installati molti a partire dagli anni ’60 sul versante italiano delle Alpi, verniciato di rosso per migliorarne la visibilità, da qualche mese è stato oggetto di lavori di manutenzione.

Il fascino di questa scatola di lamiera, abbarbicata a uno sperone di roccia, è il suo essere nido d’aquila, guardiano silente della valle Antrona (VB), posto a quota 2650 m sull’Alta via che tra passaggi ferrati e impegnative creste porta alla sommità del Pizzo Andolla (3654 m) e verso la valle svizzera del Sempione. Così me lo racconta l’architetto Luigi Brugnoni, che ha coordinato i lavori di manutenzione che si sono compiuti nel luglio 2015 grazie all’intervento di un’agguerrita troupe di soci senior volontari della Sezione di Varese, che l’installò nel 1974.

Cogliere l’attimo non è stato facile, mi spiega Brugnoni durante una lunga piacevole chiacchierata presso la Sezione; difficile intrecciare i tempi del volontariato, quelli del meteo e la disponibilità dell’elicottero per i trasporti. Per questo l’operazione, che ha beneficiato in parte di un contributo economico della Commissione rifugi del Cai Lombardia dedicato una tantum ai bivacchi, ha dovuto restare in panchina durante la piovosa estate 2014 e ha dato i suoi frutti nel luglio 2015 grazie a una non scontata coincidenza di condizioni favorevoli.

Sono interessato ai molti aspetti di dettaglio e alle ragioni che hanno portato la sezione e i soci a intraprendere questa avventura. Aspetti che in parte si desumono dalla nota storica di Mario Bramanti sull’annuario della Sezione (per gentile concessione riprodotta qui in allegato) e che nel racconto di Brugnoni assumono contorni più netti, ricollegando l’atto concreto della cura per questo luogo a un atto di passione e di profonda affezione.

Tutto era pronto, già nell’estate 2014, materiali e permessi – pur non dovuta, l’architetto Brugnoni ha presentato regolare pratica di inizio lavori – e ha infine voluto che l’operazione fosse seguita da due istruttori di alpinismo Cai. Il 20 luglio 2015 dopo rapide consultazioni si stabilisce per il 24 luglio successivo la partenza di 12 soci del Cai Varese, gruppo senior. Tre di loro proseguiranno immediatamente dal rifugio Andolla fino al bivacco per accogliere l’elicottero con l’approvvigionamento di materiali. “Romanticamente”, sottolinea Brugnoni, è stato scelto di utilizzare l’elicottero per il solo trasporto di materiali e mezzi d’opera: il gruppo di volontari si muoverà esclusivamente a piedi e la prima preoccupazione è stata anche quella di attrezzare i tratti terminali di approdo al bivacco con catene fisse, sia per favorire le operazioni di cantiere che la futura accessibilità.

Il primo giorno nebbia e vento impediscono le manovre dell’elicottero. La situazione fortunatamente si sblocca sabato 25 luglio: grazie a una finestra di bel tempo il velivolo compie la sua consegna e iniziano il consolidamento e la messa in sicurezza del bivacco e del piccolo sedime su cui è ancorato. Si tratta di rimuovere vecchi contrafforti realizzati con pietrame e travi in legno che andranno sostituiti con putrelle in ferro fissate con malta bituminosa circondando infine il bivacco con una piccola e stabile balconata laterale. La prima preoccupazione è di mettere in sicurezza chi lavora, con la supervisione degli istruttori Cai, attraverso imbraghi e protezioni temporanee.

Inizia quindi la pulitura con raschiatura della vernice ammalorata, sigillatura, siliconatura e verniciatura del manufatto. Si sostituisce la trave di legno ammalorata con la prutrella in acciaio e si completa la messa in sicurezza della struttura con il tiraggio e la parziale sostituzione e implementazione dei cavi di acciaio di ancoraggio e il riordino degli interni del bivacco. Non di meno viene pulita la targa Cai Varese, sostituiti un estintore e la cassetta medicinali; saranno infine rimossi tutti i materiali di risulta e numerosi rifiuti rinvenuti nell’intorno del bivacco per il trasporto a valle, comprese bombole da cucina ritenute giustamente incompatibili con le dimensioni e l’uso del bivacco. Durante i lavori il manipolo riceve visita e incoraggiamento dal presidente Macchi. Domenica 26 sera le manutenzioni sono dichiarate concluse e tutti i materiali di risulta e le attrezzature sono pronte per la discesa a valle, che avverrà la mattina successiva.

Si conclude così un’operazione a lungo meditata e programmata, non senza qualche incertezza. In particolare, spiega Brugnoni, si è diffusamente discusso sulla possibilità di sostituire, come molte sezioni fanno, il manufatto con un nuovo bivacco, che avrebbe forse posto la Sezione alle luci della ribalta a fianco di altre che hanno dato vita in questi anni ad analoghe operazioni di sostituzione con soluzioni progettuali interessanti e spesso spettacolari. Naturalmente vi sono anche non secondarie valutazioni economiche: per un nuovo manufatto si sarebbero dovuti reperire finanziamenti esterni che, a onor del vero, non sarebbe stato del tutto difficile trovare in una città come Varese, dall’ampia e radicata cultura alpinistica. Ha giocato tuttavia un ruolo fondamentale l’affezione verso il manufatto, così essenziale e ormai parte di quel paesaggio ai limiti della valle Antrona, selvaggia e peculiare per storia e cultura contadina.

A guidare la scelta è stato poi il legame con l’operazione originaria, risalente al 1974, e la coscienza che in quel luogo il bivacco Apollonio è ancora quanto serve e nulla più. Il suo standard così austero, se paragonato alle creazioni multipiano e alle soluzioni a cannocchiale che contraddistinguono alcune delle più moderne realizzazioni, in fondo riconduce al concetto proprio di “bivacco”; non necessariamente un manufatto, sottolinea Brugnoni, ma originariamente un anfratto naturale, una truna nel ghiaccio, un masso sporgente.

È stato vano tentare di proporre soluzioni interne migliorative – si sarebbe voluto eliminare un paio di posti letto per far spazio a piccole soluzioni di arredo più confortevoli nei momenti conviviali – perché lo standard Apollonio rispetta i requisiti minimi imposti dal protocollo rifugi del Cai: minimo nove persone debbono poter pernottare in queste strutture minimali. In nove si sta strettini, ammette l’architetto, ma ciò non toglie che è davvero difficile immaginarsi tecnicamente di alloggiare così tante persone in un volume inferiore a questo. Forse anche per questa ragione non sono bastati i cinque sopralluoghi e le impegnative giornate di lavoro per smorzare l’entusiasmo per questo luogo. L’invito a tornarci assieme per toccare con mano le bellezze di questa montagna selvaggia è sempre rinnovato: anche a livello sezionale attraverso una gita sociale prevista il prossimo 11 settembre.

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