“Rifugi in divenire”: un primo (lusinghiero) bilancio

RIFUGI-IN-DIVENIREA giudicare dalla partecipazione (oltre 200 registrati, senza contare i relatori), dall’entusiasmo e dal livello del dibattito, il convegno internazionale di Trento sembra avere segnato un’importante tappa, su molti fronti.
In primis, ha ribadito come il dialogo fertile sia possibile solo laddove non si autoconfina nei diversi recinti: proprietari, gestori, progettisti, aziende, guide, operatori e frequentatori della montagna devono trovare terreni comuni di confronto. Ma ha anche ribadito, qualora ce ne fosse bisogno (e soprattutto nelle Alpi orientali c’è bisogno), che il rifugio è una realtà altra rispetto alle varie forme di ospitalità alberghiera; che deve adeguarsi alle esigenze attuali senza “perdere l’anima”. E quell’anima è fatta di due aspetti.

Da un lato – concetto che oggi va per la maggiore, vuoi per le restrizioni imposte dalla crisi, vuoi per il vento fresco che spira dalla nomina papale – una sorta di “francescanesimo” evocato direttamente (Claudio Fabbro) o declinato in varie maniere: adattamento (Giorgio Azzoni), spartanità e semplicità (Claudio Bassetti, Egidio Bonapace, Livio Noldin, Helmuth Ohnmacht), rusticità e convivialità (Jean Mazas), sobrietà (Romano Stanchina). Dall’altro, la figura del rifugista (o del “rifugiato”, secondo Angelo Iellici), persona che fa la differenza trasmettendo lo spirito dell’accoglienza in alta quota e il cui impegno (come ci hanno dimostrato Anna Toffol, Gino Baccanelli, Bepi Monti nell’apprezzatissimo filmato sui rifugi bellunesi o lo stesso Iellici) pare rispondere a una vera e propria vocazione (che spesso oggi assume anche i contorni dell’educazione civica).
In numerosi frangenti è stato sottolineato come l’intervento edilizio sul rifugio, così come la sua gestione, siano ancora e sempre un’occasione di sperimentazione: di tecniche costruttive e soluzioni tecnologiche (in alta quota, il problema dello scioglimento del permafrost è purtroppo la nuova sfida da affrontare), ma anche di organizzazione nell’offerta del servizio (con aperture sempre più richieste, soprattutto a Est, in inverno).
È emerso poi il tema delle funzioni, e di come esse si materializzino attraverso lo spazio. Come cioè anche a livello d’immagine il rifugio sappia restituire la sua peculiarità. Che non deve affatto rifarsi al rassicurante esempio della baita (o del baito), desueto e frutto di un equivoco ideologico scaturito dalle dottrine dell’Heimatschutz, ma che neppure deve assecondare il protagonismo dei progettisti, ancor meno quando questi non siano avvezzi a frequentare la montagna. Annibale Salsa ha ricordato che tradizione e innovazione non sono termini antitetici, ma che la tradizione è un’innovazione riuscita e che nulla c’entra col passatismo e la coazione a ripetere; una parafrasi dell’aforisma di Gustav Mahler: “La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”. Ma gli usi vanno poi verificati nel tempo, perchè non è tutto oro quel che luccica: come nel caso della celebratissima Monte Rosa Hütte, passata ai raggi x da Philippe de Kalbermatten per rivelare pregi e difetti di un’opera simbolica che deve la sua fortuna al fatto di essere un unicum. Mentre l’esperienza legata alla realizzazione del bivacco Gervasutti ne ha positivamente scalfito l’iconica aura per presentarlo come lezione di metodo e modello replicabile (in Russia, alle pendici dell’Elbrus). Ed è alla prova dell’uso che andrà verificato un altro gioiello d’alta quota, il nuovo rifugio del Goûter, tanto vicino all’immaginario aerospaziale quanto inatteso debitore di una filosofia dei materiali a km (quasi) zero (il 90% del legname proviene dalle foreste ai piedi del massiccio del Monte Bianco, nello stesso Comune di Saint Gervais, sotto la cui giurisdizione sorge il rifugio).
Infine, anche rispetto al tema della demolizione e ricostruzione, non esistono ricette universalmente valide. Di fronte alla fatiscenza delle strutture, prima di optare per la logica del piccone, occorre considerare (come ha testimoniato Mathieu Vallet in merito alla ricostruzione del rifugio Benevolo, poi declinata in “ristrutturazione e ampliamento”), il valore immateriale legato alla storia del rifugio e alle memorie che racchiude. Perchè i nostri rifugi sono un patrimonio (patrum munus, ovvero “dono dei padri”, ce lo ha ancora ricordato Salsa) collettivo. E di questo dobbiamo avere coscienza.

Luca Gibello