Ferve il dibattito in Trentino Alto Adige: breve rassegna di inaugurazioni, cantieri, bocciature

di LUCA GIBELLO

Partiamo da un paio di considerazioni, entrambe in chiave storica. La prima riguarda il fatto che se, a cavallo del millennio, le cronache edilizie riconducevano i fatti più salienti al settore alpino occidentale, dagli anni dieci del Duemila la bilancia si è nettamente spostata sul fronte orientale.

La seconda premessa origina invece da più lontano. Se guardiamo per sommi capi alla storia dell’infrastrutturazione alpina (e i rifugi ne fanno pienamente parte), vediamo come le modalità e le mentalità “urbane” siano progressivamente “salite” in quota, plasmando e addomesticando di conseguenza i monti. Nei tempi recenti, i proclami per una frequentazione più rispettosa e consapevole dei luoghi (la tanto sbandierata “sostenibilità”) parrebbe suggerire un cambio di tendenza: togliere invece che aggiungere, ri-naturalizzare invece che continuare ad artificializzare.

A Nord-Est, però, sembra che rimangano prevalenti gli imperativi del turismo di massa. E allora, prima ancora di giudicare architettonicamente gli interventi in progetto, bisognerebbe capire per quali destinatari e per quale tipo di frequentazione siano pensati. Così, soprattutto verso la fine di quest’estate, ad essere rovente non è stato solo il clima atmosferico…

Cominciamo dai due interventi previsti nel comprensorio del Catinaccio. Al passo Santner (2734 m) è stato demolito l’omonimo piccolo rifugio da 8 posti letto, di proprietà privata, per lasciar posto a una struttura più grande, e dal tipo di ricettività decisamente più alberghiera, per 32 posti letto. Analogamente dovrebbe avvenire per il Fronza alle Coronelle (2337 m; foto a fianco; fonte: gognablog.sherpa-gate.com), di proprietà della società Latemar Carezza srl che gestisce gli impianti di risalita che conducono fino all’attuale rifugio da 60 posti, giudicato ormai fatiscente e in procinto di essere sostituito con uno da 100 posti. In entrambi i casi le autorizzazioni ci sono, ma CAI e Alpenverein Sudtirolo sono sul piede di guerra per essere stati marginalizzati nel processo decisionale.

Negati invece i permessi per la ricostruzione del rifugio Tonini in alta val di Spruggio (1950 m), sebbene se ne sia decisa la ricostruzione subito dopo il rogo che lo distrusse nel dicembre 2016. Il dibattito intorno al progetto, elaborato da ALPstudio (guidato da Riccardo Giacomelli, membro della Commissione centrale rifugi e opere alpine del CAI) già a partire dal 2018, rivela tutte le remore e i paradossi di un irrisolto conflitto tra “conservatori” e “innovatori” per quanto concerne l’immagine che deve restituire la struttura: deve assomigliare o no a una malga? forse rivisitata per un contesto d’alta quota?

Al medesimo ALPstudio si deve anche la ristrutturazione del rifugio Maria e Alberto ai Brentei (2182 m), il cui cantiere, che ha suscitato altrettanti vivaci dibattiti, si concluderà l’anno prossimo. Confidiamo di andarci di persona, per valutare dal vivo l’impatto del nuovo volume ospitante la sala pranzo, dall’aspetto radicalmente contemporaneo.

 

Inaugurato invece questa estate l’ampliamento con ristrutturazione del rifugio Boé nel Gruppo Sella (2873 m), la cui prima edificazione risale al 1898 a opera della sezione di Bamberga del Deutscher und Österreichischer Alpenverein. Devastato nel corso della Prima guerra mondiale, nel 1921 passa alla SAT, che nel 1924 lo rende nuovamente agibile cambiandogli il nome, ampliandolo ripetutamente negli anni successivi. A giudicare dalle immagini dell’intervento appena concluso (fonte: dolomitireview.com), curato da Livio Noldin, responsabile tecnico della SAT, sembra che l’esito sia più felice e presenti un’evoluzione rispetto ai primi render di progetto, in circolazione già nel 2013, a dimostrazione di una gestazione piuttosto tribolata.

Seppure con una certa rigidezza (ma anche rigore) di sapore decisamente teutonico, punta sempre sulla reinterpretazione della tipologia archetipica della capanna anche la ristrutturazione e ampliamento del rifugio Gino Biasi al Bicchiere, o Becherhaus, sulla cresta meridionale della Cima Libera, nelle Alpi dello Stubai, che rappresenta il più alto presidio altoatesino custodito (3195 m). I lavori, durati due anni per un costo di 1,4 milioni stanziati dalla Provincia autonoma di Bolzano, hanno riguardato il rifacimento del caratteristico involucro in scandole di larice, della copertura e degli infissi. Piuttosto incoerente con il monolitico volume sviluppato longitudinalmente risulta l’estensione prismatica laterale della zona refettorio (immagine a fianco e in copertina; fonte: ilDolomiti.it).